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FORNIRE O MENO LE GUIDANCE, THAT IS THE QUESTION

Modellizzare la CERTEZZA per affrontare l’INCERTEZZA

di Simona D’agostino Reuter

Nel 2020 la visibilità sulle condizioni aziendali in tutti i settori e i comparti non è mai stata così scarsa; molte società su tutte le piazze mondiali hanno modificato strategie ed obiettivi nel corso dell’anno, e forse non è ancora finita.

L’emergenza da Covid-19 ha scombussolato il quadro di riferimento economico. L’evolversi della situazione ha richiesto infatti un continuo adeguamento dei piani aziendali alla situazione contingente. Agli inizi è stata la volta dello stop alla distribuzione dei dividendi, ma poi con il passare delle settimane lo spettro delle decisioni si è decisamente allargato. In particolare, molte aziende hanno deciso ritirare la “guidance” 2020.

Alcuni settori sono stati più colpiti dalla pandemia di altri, come sappiamo, ed altri ancora ne hanno addirittura beneficiato. In modo particolare per le aziende più penalizzate, la volatilità sia a livello di business che di strategie, nonché soprattutto a livello di andamento del corso azionario, è stata elevatissima.

I vari business plans, anche di big caps, sono diventati improvvisamente datati, irrealizzabili, quindi “not reliable”.

La principale ed immediata conseguenza è stata la cessazione di fornire guidance, di qualsiasi metrics, soprattutto a livello di bottom line.

Gli investitori – e gli analisti, per finalità diverse – fondano le proprie previsioni sulla guidance aziendale, fissando i propri orizzonti di valutazione su periodi relativamente brevi. Per quanto gli investitori parlino spesso di concentrarsi sul lungo termine, i loro modelli previsionali sono generalmente calibrati sul trimestre successivo e al massimo sull’esercizio in corso. Questi modelli mirano a formulare stime precise con il miglior grado di dettaglio possibile. Perché? Data la regolarità dei risultati, fare previsioni con feedback regolari e ravvicinati dà forse una sensazione di maggior controllo e precisione riguardo alla performance degli investimenti.

Indipendentemente dalle motivazioni, le aziende assecondano questa tendenza fornendo proiezioni destinate ad essere raggiunte (a ben sperare) o superate.

Ad aprile 2020 Saipem ritirò la guidance 2020. L’AD Cao sottolineò che la società stava già scontando il doppio impatto dell’emergenza coronavirus e della nuova crisi del petrolio. Molte blue chips avevano già iniziato a sospendere il dividendo ed ritirare la guidance per il 2020 – per esempio Ford, Bmw. Molte aziende hanno completamente sospeso di fornire l’earnings-per-share (EPS) guidance non appena è iniziata la crisi.

Qual è la conseguenza della sospensione delle guidance? Queste condizioni di fatto creano un contesto eccellente per gli stock picker. Quando gli investitori con una mentalità di breve termine cercano un approdo sicuro in preda al panico, gli investitori attivi a lungo termine possono scendere in campo, approfittando della debolezza per acquistare asset sottovalutati con un potenziale di rendimento basato sulla concreta attività d’impresa anziché su false aspettative.

Ma allo stesso tempo, l’effetto panico ed incertezza, crea anche la condizione idilliaca per gran parte di quel retail che vede appunto nel trading giornaliero il fine ultimo della propria attività.

Ma cos’è la Guidance?

Semplificando al massimo, s’intende per “guidance quell’insieme di comunicazioni e previsioni che l’azienda fa al mercato in merito ai suoi obiettivi futuri”.

Alla società quotata è richiesto – almeno in parte – di rendere noto i propri obiettivi strategici a 6-12 mesi ed oltre. E quindi di rispondere agli investitori alla domanda: “quali strategie di gestione ordinaria e (soprattutto) straordinaria intendete portare avanti”?

Il top management, congiuntamente al board, definisce e stabilisce, eppoi comunica, gli obiettivi che si prefigge di raggiungere. In primis parliamo di obiettivi qualitativi, ma anche di goals quantitativi sul fatturato, margini, debito, o EPS (come fanno principalmente in USA).

A livello strategico, molto importanti sono anche linee guida su: piani di M&A, partnership, approdo in segmenti a valle e/o a monte della produzione, ingresso al mercato di nuovi prodotti e/o servizi, o l’entrata per esempio in nuovi mercati geografici.

La ratio di tutto ciò è chiara: sulla base di quali scenari formulare ipotesi di una certa attendibilità per i mesi a venire.

Il limite della guidance sull’EPS

Per aiutare il sell-side, ed il buy-side, le società utilizzano varie metriche o performance indicate come “guidance”, ma non tutte hanno la stessa importanza per gli investitori. Per es. sull’EPS “business lions” quali Jamie Dimon e Warren Buffett hanno variamente commentato su come spesso la guidance sull’utile possa portare ad una non “non sana focalizzazione sul profitto a breve termine, contro un concreto focus sulle strategie, sulla crescita e sulla sostenibilità del business a medio-lungo termine”.

Ma dalla guidance dipende davvero in definitiva e in prospettiva il prezzo futuro delle azioni di una determinata azienda?

Il CEO di BlackRock, Larry Fink, ne fa eco sottolineando che “La predominanza odierna della cultura dei profitti trimestrali, è totalmente in contrasto con l’approccio a lungo termine di cui abbiamo bisogno.”

McKinsey & Co. ha condiviso il suo autorevole punto di vista sul dibattito senza fine in merito all’uso dell’earnings guidance in un articolo recente: A better form of guidance here.

La visione dal lato americano è piuttosto particolare, avendo sempre dato un peso preponderante all’EPS guidance rispetto a tutte le altre metrics. Gli analisti di Alliance Bernstein per esempio, sottolineano che anche se avessimo maggiori certezze sulle prospettive di breve periodo, affidarsi a indicatori di breve termine come l’utile per azione per quarter non è abbastanza confortante. A ben vedere, misurare il potenziale di profitto di un’azienda con una sola stima puntuale è troppo arbitrario. Da qui l’ analisi che mira a ripensare gli approcci alle previsioni sugli utili.

Il periodo caotico che stiamo vivendo offre una buona opportunità per fare un passo indietro e rivalutare l’efficacia di previsioni sull’EPS e della valutazione dei titoli azionari sulla base del rapporto prezzo/utile (P/E). Persino nelle attuali condizioni di mercato, la possibilità di commettere errori nelle stime di valutazione non è il solo problema.

Modellizzare la certezza per affrontare l’incertezza

Il coronavirus ha mandato in frantumi le previsioni a breve termine. Se è vero che la regolarità degli utili di solito viene meno durante le recessioni, lo shock esogeno da coronavirus – insieme alle sue ricadute – ha mandato in frantumi qualsiasi tentativo di fare previsioni sull’immediato futuro.

Ancora non siamo in grado di asserire se il 2021 sia un anno “pseudo normale”. La precarietà e l’incertezza permangono, anche se abbiamo qualche maggiore speranza se pensiamo ad esempio al post estate. Tuttavia, spostando in avanti l’orizzonte previsionale di diversi anni si riducono la variabilità e le interferenze di breve termine. Un orizzonte più esteso rafforza inoltre la percezione del valore di un’impresa sulla base del suo successo fondamentale a lungo termine.

Ma vale la pena tornare indietro, al “pre Covid”? Riiniziare ora, può davvero servire a riconquistare interesse e fiducia da parte degli investitori?

Anziché tentare di formulare previsioni il più precise possibili sui risultati aziendali a breve termine, specialmente in una fase di forte incertezza, gli investitori dovrebbero forse focalizzare la ricerca fondamentale su una gamma più ampia di fattori. Considerate le incognite insite in un orizzonte così distante, molto probabilmente le stime di crescita patrimoniale e reddituale dovrebbero tenere conto di tutte le possibili valutazioni, sia nei periodi favorevoli che in quelli sfavorevoli.

Questo esercizio permette non solo di valutare il vero potenziale di un’azienda, ma fornisce anche informazioni sui diversi driver di profitto che devono essere rigorosamente monitorati.

Tuttavia, ciò non significa che gli investitori debbano ignorare i risultati operativi e le difficoltà correnti. Vogliamo provare a dire che non serve prevedere sempre accuratamente i risultati a breve termine per formulare una tesi e raggiungere conclusioni sui fondamentali.

Dal nostro punto di vista, come IR Advisor ed esperti della materia, tutto ruota intorno alla domanda originaria: “Le aziende devono o meno fornire delle guidance, e se si, a che livello di granularità, e le linee guida, devono diventare dei Business Plans?

Fondamentale a nostro avviso è riuscire ad essere il più possibile “consistent”, fornire dettagli anche qualitativi, per supportare le metriche utilizzate, e seguire il più possibile la propria “natura”, cioè il proprio business model, la propria industry, etc. Noi per esempio non raccomandiamo quasi mai a small caps di predisporre articolati BP, che invece sono pressoché “doverosi” e richiesti per le big caps e soprattutto per le blue chips.

Le tips per gli IROs nei momenti di incertezza, restano sempre le stesse. Non dimentichiamo che se le situazioni sono complesse in generale, e per tutte le aziende, siano esse piccole o grandi, il tutto diventa ancora più difficile per le aziende quotate che, inevitabilmente, e più delle altre, devono rispondere o anticipare i segnali di debolezza.

Il ruolo dell’IROs diventa ancora più strategico – come collante tra la C-Suite ed il mercato esterno, e come punto di riferimento all’interno dell’organizzazione e con gli advisors esterni, deve essere in grado di comunicare al meglio, in modo professionale ed etico, i piani per il futuro, o i passi necessari per affrontare le difficoltà, e salvaguardare in tal modo tutti gli stakeholders dell’impresa.

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